L’impegno nel sociale diventa un’attività premiante per le aziende agricole

fattorie sociali

Alessandra Giovannini

Le fattorie sociali al centro di un convegno Donne in Campo

Il termine anglosassone caregiver, è entrato ormai stabilmente nell’uso comune e indica “colui che si prende cura” e si riferisce a tutti i familiari che assistono un loro congiunto ammalato e/o disabile.

Un tema, questo, scelto in occasione della “Giornata Internazionale della Donna” 2020 organizzata dall’Associazione Donne in Campo Emilia Romagna che si è mobilitata con Anp, Agia e Cia, per ricordare e riconoscere le conquiste politiche, economiche e sociali del genere femminile.

L’iniziativa dal titolo Il tempo e il cuore delle donne. Il Sociale entra in agricoltura che si è svolta a Villa Smeraldi di Bentivoglio, si è, però, occupata di un aspetto specifico dell’assistenza. “Rappresentiamo il mondo dell’agricoltura – spiega Luana Tampieri, presidente di Donne in Campo Emilia Romagna – e in questo settore, c’è una nuova attenzione al sociale e ne sono un esempio le fattorie didattiche, gli agriasilo, la pet-terapy, le fattorie sociali. Attività che sono nate anche grazie all’ingresso delle donne in maniera sempre più determinante, nel settore agricolo. Questo perché le donne, è risaputo, hanno una sensibilità maggiore rispetto agli uomini”.
Da qui, dunque, l’idea di dedicare una giornata a questo aspetto dell’aiuto agli altri. “C’è un patrimonio immateriale nel fare impresa al femminile – dice ancora Luana Tampieri – che risponde in pieno alle nuove esigenze della collettività: la qualità della vita, l’identità, il benessere, il tempo della natura ed i suoi ritmi, la responsabilità sociale”. E poi le richieste da parte del mondo agricolo. “Vorremmo – conclude la Tampieri – che la Regione fosse sempre più sensibile a queste tematiche e sostenesse a pieno le nostre aziende agricole che operano nel sociale in quanto stanno svolgendo un supporto alle collettività”.

Un tema di attualità che è stato affrontato dalla Ministra Teresa Bellanova l’11 febbraio al Mipaaf, in un Tavolo convocato per fare il punto sull’attuazione della legge sull’agricoltura sociale a 5 anni dall’approvazione. “È necessario – ha ribadito la Bellanova – sbloccare il lavoro per l’individuazione delle Linee guida per l’agricoltura sociale e costituire i gruppi di lavoro sulle questioni fiscali e giuslavoristiche, il riconoscimento dei requisiti e l’armonizzazione con le leggi regionali, la formazione, certificazione e inserimento lavorativo”. Le cose da fare sono tante. “Occorrono le linee guida per l’attività delle istituzioni pubbliche in materia di agricoltura sociale – ha aggiunto la Bellanova -, il monitoraggio delle attività di agricoltura sociale nel territorio nazionale per promuovere le buone pratiche, anche attraverso il sito del Ministero, la raccolta e valutazione coordinata delle ricerche sull’efficacia delle pratiche di agricoltura sociale, il coordinamento e migliore integrazione dell’agricoltura sociale nelle politiche di coesione e di sviluppo rurale la proposta e sviluppo di azioni di comunicazione a supporto dell’agricoltura sociale”.

E poi la possibilità di discutere sui possibili sviluppi futuri del Servizio civile nazionale che ha portato centinaia di giovani a vivere un’esperienza formativa nelle realtà di agricoltura sociale. Quegli stessi giovani che sono stati impegnati in un progetto promosso da Cia assieme al Patronato Inac e all’Ases presentato lo scorso anno in Senato. Con il supporto di 36 giovani volontari del Servizio civile nazionale, infatti, si è voluto informare i soggetti potenzialmente interessati ad attivare sul territorio iniziative di agricoltura sociale e creare così un impatto positivo sulle fasce più deboli della popolazione. Attraverso dei questionari redatti dai ragazzi, è emerso ad esempio che il 70% dei funzionari degli Enti locali non conosce la legge; il 37% delle aziende agricole dichiara di non sapere come avviare attività di agricoltura sociale e di avere difficoltà nell’organizzazione delle pratiche necessarie. Il 31% delle realtà interpellate non è inserita in reti sociali che le permettono di attivare progetti, di cui appena lo 0,6% riguarda istituti scolastici. Il 40% dei soggetti, infine, ha difficoltà nella formazione specialistica dei propri operatori. Un progetto che ha portato alla luce come l’agricoltura sociale possa davvero contribuire a un miglioramento del Servizio sanitario nazionale, che oggi spende 10 miliardi di euro, come è stato ricordato in occasione dell’incontro, per le ospedalizzazioni e solo 100 milioni nella prevenzione. Come dire agricoltura sociale, forma di welfare più inclusiva regolata da una legge.

La legge

La legge sull’agricoltura sociale è stata approvata in via definitiva il 5 agosto 2015 e con il suo riconoscimento è stata introdotta la definizione di agricoltura sociale. In questo ambito rientrano le attività che prevedono: a) l’inserimento socio-lavorativo di lavoratori con disabilità e lavoratori svantaggiati, persone svantaggiate e minori in età lavorativa inseriti in progetti di riabilitazione sociale; b) prestazioni e attività sociali e di servizio per le comunità locali attraverso l’uso di risorse materiali e immateriali dell’agricoltura; c) prestazioni e servizi terapeutici anche attraverso l’ausilio di animali e la coltivazione delle piante; d) iniziative di educazione ambientale e alimentare, salvaguardia della biodiversità animale, anche attraverso l’organizzazione di fattorie sociali e didattiche.

La situazione in Emilia Romagna

“In Emilia Romagna – spiega Salvatore Agresta, responsabile agriturismi Cia Emilia Centro – l’agricoltura sociale non è ancora oggetto di specifica disciplina normativa e fa riferimento alla legge che regola le attività agrituristiche. Certo, una maggior valorizzazione delle attività con una legge/regolamento ad hoc non guasterebbe”. Dunque, le uniche norme che mirano a regolamentare l’esercizio di attività sociali nel contesto di un’azienda agricola sono contenute nella legge regionale n. 4 del 31 marzo 2009, che disciplina l’agriturismo e la multifunzionalità delle aziende agricole, e fanno riferimento a quell’insieme di attività che l’agriturismo può organizzare in favore degli ospiti aziendali.

“Le attività sociali – continua Agresta -, finalizzate genericamente a “fornire servizi di cura, di reinserimento lavorativo, di socializzazione” relative al punto 2, sono illustrate meglio al punto 11 dell’allegato A della Delibera n. 987, secondo il quale in un agriturismo possono essere organizzati e offerti servizi socio-educativi o sociali a fini riabilitativi e di inserimento lavoro, finalizzati al servizio di comunità o al reinserimento sociale di persone svantaggiate attraverso il loro impiego in mansioni collegate al settore agrituristico e/o all’ambiente rurale”.
Tra le attività di carattere sociale maggiormente rilevanti è auspicata l’offerta di quelle rivolte all’ospitalità della prima infanzia e, quindi, nidi, asili, educatrici familiari, alla riabilitazione e all’inclusione lavorativa di soggetti a bassa contrattualità, alla presa in carico di soggetti deboli ad esempio, anziani autosufficienti, per favorirne la socializzazione, finalizzate all’accoglienza complementare per utenti assistiti dai servizi socio-sanitari.

“Per la gestione di questi servizi – conclude Agresta – è prevista la possibilità di stipulare un’apposita convenzione con Enti pubblici. In questo caso, gli imprenditori agrituristici possono avvalersi, oltre che del personale aziendale, anche dell’affiancamento di collaboratori con professionalità “medico-sociale” indicati dall’ente pubblico e/o previsti dalle norme specifiche in vigore”.

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