
Aprile 2017
Alessandra Giovannini
Possono essere classici, insoliti o antichi. Sono i piccoli frutti. Lamponi, ribes, mora, mirtillo, uva spina, fragoline di bosco, corbezzolo ma anche amelanchier ed eleagnus umbellata.
Rappresentano sicuramente, all’interno del panorama frutticolo italiano, una piccola componente ma sempre più importante se è vero che il loro consumo continua a crescere. In loro viene riconosciuto l’aspetto salutistico e rievocano l’idea del benessere perché ricchi di principi nutritivi. E a dimostrazione che la loro coltura sta interessando uno spazio di crescente rilievo, il risultato di un lavoro di gruppo a livello nazionale coordinato dal Disafa dell’Università di Torino presentato in questi giorni al Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, volto a una programmazione strategica delle attività di ricerca, sperimentazione e divulgazione a supporto della filiera dei piccoli frutti nazionale.
Del gruppo faceva parte anche Virginia Ughini dell’Università Cattolica di Piacenza. “Oggi – dice Ughini – c’è sicuramente un’evoluzione di questi frutti che non sono solo lamponi, mirtilli, ribes, uva spina ma anche alkekengi, aronia, mora di gelso, kaskap, goji. Nuove opportunità anche per chi vuole iniziare adesso e vuole provare cose nuove. Opportunità che bene si adattano a varie condizioni chimiche del terreno”. Un problema però è tipico della nostra regione.
“I piccoli frutti vogliono terra acida e, in Emilia Romagna, di queste realtà ce ne sono poche. La vera innovazione è la coltivazione fuori suolo, in vaso, con substrato ideale. La resa è soddisfacente, la durata ragionevole, dieci anni, la produttività buona. Posso affermare che da noi c’è fermento”. Intanto coltiviamo piantine. A Cesena, infatti, c’è uno dei maggiori vivaisti italiani moltiplicatori di piccoli frutti che fornisce decine di migliaia di piantine per il mercato italiano ed estero, anche fuori dall’Unione europea, soprattutto in Serbia e Croazia.
Ma torniamo all’aspetto tecnico e ribadiamo un concetto. “Certo, – dice Ugo Palara, responsabile dell’ufficio tecnico Agrintesa – la nostra non è una regione particolarmente adatta per questa coltura, ma è pur sempre vero che i componenti della terra possono essere corretti. Bisognerebbe mappare il territorio, fare uno studio pedologico e climatico. E poi ci sarebbe bisogno di assistenza tecnica, che da noi non c’è perché non è mai stata fatta scuola. Per non parlare degli alti costi di produzione e della manodopera. Precisato tutto questo voglio anche dire, però, che è un mercato interessante con buone prospettive. Occorre attenzione”.
Ma i produttori emiliano romagnoli hanno pensato a tutto questo quando hanno avviato la loro produzione?
Giovanni Zanni all’Azienda agricola Ragas di Calderara di Reno segue circa 300 piante di mirtilli, ribes, lamponi e more. “Ma ho piantato anche il kiwi arguta o kiwi di montagna, frutti grandi come una noce senza buccia e pieni di vitamine, il corbezzolo e l’uva spina. In questi ultimi tempi ho avuto delle difficoltà e allora ho scelto varietà che possono essere più adatti al mio terreno come l’amelanchier che produce un frutto simile al mirtillo e l’eleangnus umbellata che fa piccoli frutti tondeggianti. Insomma, stiamo sperimentando”.
Chi si è affidato alle potenzialità del prodotto locale è invece l’associazione Prora (Produttori e raccoglitori) che dal 2000 riunisce una quindicina di aziende agricole e agrituristiche, in gran parte a conduzione biologica, dell’Appennino modenese e bolognese, sorta con l’intento di valorizzare il territorio montano con colture tipiche, frutti di bosco, fragole, castagneti, meli di antiche varietà.
“Ci siamo detti – racconta Giampiero Negroni, presidente dell’Associazione – che c’era qualcosa di alternativo al parmigiano e così abbiamo fatto una scommessa e grazie al Gal, il gruppo di azione locale Antico Frignano, che ha fatto uscire un bando per avviare le aziende che si occupassero di piccoli frutti, abbiamo iniziato l’avventura”. Al gruppo iniziale si sono aggiunti mielicoltori, castanicoltori, cerealicoltori, ma il cuore dell’associazione sono i coltivatori di piccoli frutti del modenese e del bolognese. “Tutte aziende – precisa Negroni – che hanno aderito al marchio del “Mirtillo nero dell’Appennino modenese”, tutelato dalla Camera di commercio di Modena”. In vendita e in trasformazione, dunque, solo il mirtillo nero della zona di produzione titolata.
Ma ci sono altri racconti. Quello, ad esempio, di Iwona Hurnowicz, polacca sposata con Gianni Landi, coltivatore insieme al fratello Luigi nelle colline di Imola, che ha portato la sua esperienza di famiglia in Italia e oggi coltiva 1.800 piante di lamponi, ribes, more e fragoline.
“Le portiamo alle pasticcerie e le vendiamo ad amici. Prima facevo anche marmellate e liquori, quest’anno vedrò. Abbiamo prodotto da maggio a dicembre. È difficile coltivarle e ci vorrebbero più persone, ma ci metto amore e, senza quello, il mondo non funziona”.
E a proposito di Polonia, è di questi giorni la notizia che, sulla scia di un incremento nella richiesta di piccoli frutti, sempre più serricoltori polacchi stanno passando dalla produzione di cetrioli e pomodori a quella di lamponi e fragole. “È importante mantenersi aggiornati negli sviluppi. – dice Marek Marzec, fondatore della mini holding polacca Ewa-BIS, 200 dipendenti in tutto il mondo e un fatturato di 20 milioni di euro l’anno -. Il mondo si muove velocemente e il mercato si sta sviluppando così rapidamente che non ci si può distrarre e perdere una buona opportunità”.
Forse dovremmo seguire il suo esempio.



