Claudio Ferri, direttore Agrimpresa
Sotto i nostri piedi si sta consumando una crisi silenziosa, ma dagli effetti devastanti. Il suolo italiano, storicamente ricco e generoso, sta perdendo la sua linfa vitale. Oggi, ben i tre quarti (75%) dei terreni del nostro Paese sono classificati come moderatamente o fortemente degradati. Non è solo un problema per l’agricoltura di qualità: è la vera causa strutturale che amplifica le alluvioni, accelera il dissesto idrogeologico e soffoca i nostri mari.
Giuseppe Corti, professore ordinario di pedologia all’Università Politecnica delle Marche, riferisce che al congresso dell’International Union of Soil Science, la comunità scientifica internazionale ha lanciato un monito chiaro: addossare la colpa dei disastri ambientali unicamente al cambiamento climatico è un errore di prospettiva. “La responsabilità principale risiede nella gestione del territorio – spiega – perché il suolo non è un semplice e inerte supporto per le piante, ma un ecosistema vivo. La sua salute dipende da miliardi di microrganismi che lavorano come in una corsa a staffetta: il lavoro biologico di un gruppo prepara il terreno a quello successivo”.
Decenni di agricoltura intensiva, monoculture ripetute (grano su grano, ad esempio) e uso massiccio di diserbanti hanno spezzato questa catena. “Il risultato è il collasso della flora microbica – spiega – e gli antichi agricoltori lo chiamavano “arrabbiaticcio”: un momento di totale esaurimento in cui la terra, letteralmente, si ribella e smette di produrre. La scienza oggi è in grado di sequenziare il Dna di questo micro-mondo, scoprendo migliaia di specie di cui ignoriamo ancora la funzione, ma sappiamo che per ripristinare questo equilibrio servono anni di gestione mirata. I rimedi rapidi, come i formulati batterici in barattolo venduti come soluzioni miracolose, sono del tutto insufficienti”. Sono parole che pesano.
Corti punta il dito sul falso mito dei rimedi ‘rapidi’.
“Anche le pratiche tradizionali, se applicate senza una visione di lungo periodo, mostrano il fiato corto. Il letame non basta più perché l’efficacia dello stallatico fino agli anni ‘70 poggiava su tradizioni millenarie, ma aver interrotto gli apporti per oltre cinquant’anni ha creato un vuoto strutturale che non si sana con qualche camionata di concime – sottolinea – ma servirebbero interventi costanti per i prossimi 50-100 anni per tornare a livelli dignitosi”. Anche l’interramento di colture dedicate, che Corti definisce il ‘paradosso’ del sovescio, “è utile per un apporto immediato di azoto, ma a lungo termine rischia di essere controproducente. Spesso, dopo un anno, la sostanza organica totale è persino inferiore rispetto alla partenza, perché lo “shock” stimola i microrganismi a consumare la materia già presente nel suolo”.
Il parametro chiave per i ricercatori è la percentuale di sostanza organica. Fino agli anni ‘50, i suoli italiani si attestavano su una quota ottimale tra il 2% e il 3%, che garantiva coesione, permeabilità e capacità di trattenere l’acqua. La soglia critica è fissata tra l’1,5% e il 2%.
“Al di sotto dell’1% il suolo entra in coma farmacologico – avverte Corti – perché quando la terra perde la sua struttura spugnosa, l’acqua piovana non riesce più a penetrare nel terreno, aumenta così la velocità di corrivazione, ovvero la rapidità con cui l’acqua scorre in superficie verso le valli. I letti dei nostri fiumi si sono formati 7.000 anni fa, ma oggi l’acqua vi arriva troppo velocemente perché la terra non la trattiene più, provocando le drammatiche alluvioni cui assistiamo.
Spendiamo centinaia di milioni di euro per riparare i danni ex-post – chiosa – ma basterebbe una frazione di questi fondi data a chi conosce il suolo per fare prevenzione scientifica e salvare vite umane”.
Il degrado del suolo non si ferma ai campi, ma viaggia fino alle nostre coste, generando un triplo danno economico a partire dalla perdita di fertilità. I terreni impoveriti richiedono dosi sempre massicce di fertilizzanti chimici per mantenere gli stessi livelli produttivi.
“Poi c’è l’inquinamento da nitrati che non essendo trattenuti dalla terra, sono dilavati e finiscono in mare, provocando l’eutrofizzazione e la proliferazione di alghe tossiche che costringono i sindaci a vietare la balneazione, piegando il turismo. Se negli anni ‘80 si dava la colpa ai detersivi delle massaie – ricorda il pedologo – oggi sappiamo che la principale fonte di fosforo in mare è il comparto agricolo. Anche minime frazioni disperse su milioni di ettari creano un carico ambientale insostenibile per il sistema marino”.
In questo scenario Corti tiene a precisare che gli agricoltori non vanno colpevolizzati, ma sottratti a un sistema economico penalizzante. “Con margini di guadagno ridotti all’osso, i produttori sono costretti a forzare le concimazioni per far quadrare i conti o a vivere di sussidi assistenziali. Il sistema agroalimentare italiano è un’eccellenza mondiale, per questo la società deve farsi carico del problema, trasformando i sussidi “a babbo morto” in finanziamenti vincolati al recupero della salute della terra, che è un bene collettivo”.
L’Italia ha superato la soglia critica del 7,2% di territorio cementificato, un dato allarmante che tuttavia non è legato a patologie nazionali, ma segue i trend demografici ed economici europei. “Una soluzione concreta per invertire la rotta esiste – indica Corti – cioè obbligare i comuni a censire e abbattere l’immenso patrimonio di immobili abbandonati, decementificando le aree dismesse per restituirle alla coltivazione o a spazi verdi, ripristinando la naturale spugna del territorio. Infine – prosegue -, va chiarito il concetto di desertificazione. In Italia non significa l’arrivo delle dune di sabbia, ma la perdita della capacità di scelta delle colture. Un terreno impoverito non può più sostenere coltivazioni di pregio costringendo l’agricoltore al ripiego sul grano, che impoverisce ulteriormente la terra”.
La via d’uscita principale per Corti si chiama compost di qualità. “Al contrario del letame, il compost è ricco di lignina e garantisce una degradazione lenta. Grazie a un sistema di raccolta differenziata porta a porta che è tra i migliori al mondo, l’Italia ricicla oltre il 90% del rifiuto organico domestico. Sfruttare questa risorsa – conclude il docente – significa chiudere il cerchio perfetto dell’economia circolare: dalla terra al cibo, dal cibo alla terra”.



